un cammino insieme senza veli, attraverso il sesso,attraverso le emozioni, attraverso l'amicizia, attraverso i pensieri
In questi giorni di tempo nuvoloso faccio poco fuori. Ne approfitto per un po’ di grandi pulizie casalinghe e riordino accurato, cosicché casa, quando la settimana prossima inizierò a ritmo serrato i lavori all’esterno e quest’anno ho in programma diversi lavori extra, e quindi vedrà solo mie fugaci apparizioni vada per un po’ “avanti da sola”.Ma qualche lavoro di miglioramento “aziendale “ l’ho già iniziato. Oltre all’aver tagliato e sistemato la legna dello scorso anno ho iniziato a migliorare la zona animali, dividendola in settori ed ampliandola. Sinora avevo allevato solo polli e conigli, ma l’anno scorso ho comprato anche qualche pulcino di tacchino, di oca e di anatra e invece di farli finire nel freezer ho deciso per l’inrazzamento, anche perché i pulcini hanno preso dei prezzi che vabbè mangiar genuino ma fra prezzo iniziale ed allevamento diventano veramente onerosi.Ciò significa però appunto destinare a tacchini ed a oche e anatre spazi dedicati solo a loro. Mentre sono intenta a piantar pali e tirare rete ho però iniziato a far accoppiare i conigli.Anche se ho in programma di allestire una garenna, al momento li tengo in gabbia e le femmine sono separate dai maschi. Ho preparato le gabbie per le femmine e i loro futuri piccoli, disinfettandole e ripristinando i nidi, e ho iniziato a metterne due, ne ho attualmente quattro, con i due maschi che ho tenuto. Mentre lavoravo li attorno li osservavo. L’accoppiamento non suscita affatto ilarità e le trite sciocche considerazioni sulla potenza del coniglietto intento alla copula.In realtà una coppia di conigli mostra una vita sessuale in forma elegantissima, con la tenerezza e la leggerezza di una danza 
Innanzitutto il corteggiamento si articola in diversi momenti, all'inizio è l'erompere della gioia energetica e dello slancio atletico del coniglio che investe la coniglia in un vorticoso inseguimento. La coniglia dapprima fugge e si nega mostrando anche fastidio e non di rado aggredendo il coniglio mordendolo e scacciandolo bruscamente, poi prende parte alla danza balzando in circolo insieme al coniglio in un vortice velocissimo, interrotto da una subitanea fuga che conduce ad altri dialoghi gestuali sempre più fitti ed eccitati. L'unione avviene più volte nel corso di danze che si protraggono per diverse ore, dura pochi secondi e termina con l'abbandonarsi del coniglio all'indietro o di lato, con le orecchie protese in avanti con un grido ,in un rilassamento completo dal quale si riscuote quasi immediatamente. Quando l'energia è esaurita la coppia si distende a riposare nel pieno benessere, se accarezzato il coniglio pare un "budino", è completamente plasmabile e si gode le coccole appiattendosi a terra. Li paragonavo a noi, ma ne parlerò la prossima volta.
Una delle cose in cui io e mio marito siamo decisamente diversi è il
recepire il freddo. In macchina, se siamo insieme, in nome del compromesso alla base di qualsiasi convivenza, finisce che entrambi non siamo a nostro agio.Infatti lui da solo accende il riscaldamento al massimo, per me può fare le ragnatele e se i vetri sono appannati opto piuttosto per il tirare giù un finestrino. Così insieme io tollero il riscaldamento al minimo e lui tiene la giacca. Così per lui è inconcepibile che io nelle ore di sole già tolga il maglione, come per me lo è che nelle ore diurne lui metta ancora il giaccone. A letto quest’anno si è presentato un problema. Dall’anno scorso quando mia suocera è venuta a vivere con noi d’inverno il riscaldamento è acceso continuamente. Prima, sinchè non arrivavano gli altri da scuola o dal lavoro lo tenevo spento, anche perché, stando più fuori che in casa mi pareva assurdo. Ora in casa porto le magliette estive. Ma il vero problema è il dormire.E per assurdo l’ho risolto comprandomi dei pigiama visto che non ne avevo. Infatti ho sempre dormito senza neanche lo chanel n.5 di Marylin Monroe. All’inizio della convivenza avevo comprato un paio di camicie di quelle sexy, ma a dormirci mi ci legavo dentro e per altro le toglievo per cui sono in fondo a qualche cassetto.L’altro abbigliamento da letto che da allora ho comprato sono state le camicie che ho portato in ospedale quando ho partorito le mie due figlie e a quell’uso contingente sono state limitate. A letto in inverno ho adottato il sistema strati diversi, con una coperta dal mio lato e il quadruplo dall’altro.Solo che quest’anno ho comprato un piumino d’oca cui mio marito non vuol rinunciare e buttarlo di lato e tenere solo il lenzuolo anche per me è poco. Così mi è venuto in menet quando ero piccola e mia madre ci cuciva dei pigiama di flanella invariabilmente a fantasia rosa e io ero invariabilmente con le coperte per terra. Così sono andata sul mercato e a un banco di giapponesi, che tra l’altro hanno la preponderanza ormai, mi sono comprata due pigiama di pile come quelli che prendo a mia figlia uno rosso con orsetti e uno blu con gattini e alla mia quasi veneranda età ora la sera indosso il pigiama e dormo però scoperta.

Stamani alle 5 era ormai tutto bianco. Non sono i centimetri sul tetto della casa vicina, gettando l'occhio dalla finestra, che dà l'idea di quanta neve sia scesa,in una casa da sola il calore dell'abitazione falsa l'altezza, quello che guardo sono le pile del cancello, il tavolino di marmo al centro del giardino... e il sentire , ancora nell'oscurità, il trattore del mio vicino che passa facendo la "calà" nella strada consortile.
Ma per arrivare sulla strada bisogna comunque uscire dal garage , riuscire ad aprire il cancello, salire un breve, ma in talune circostanze non tanto, tratto di strada privata. Ed alle 7 portare mia figlia all'autobus per andare a scuola, sperando che in paese si passato lo spazzaneve ed altrettanto sulla statale. Anche se ancora coi venti centimetri caduti col fuoristrada non dovrei aver problemi. E poi è giornata fortunata. Generalmente mi arrangio. Comincio dall'accesso a casa, poi lo scendere in cortile, il sentierino per andare dai cavalli, quello per il pollaio, quello per la legnaia , l'accesso laterale, diseppellire la macchina che non sta in garage...E se è come oggi finire per ricominciare, di nuovo tutto bianco dove già ai lati si alza il mucchio della neve a grumi, sporca, a contrastare il candore liscio della neve ancora scesa.
E' giornata fortunata perchè mio marito è a casa e si mette giacca guanti berretto anche lui e le pale di plastica rossa lavorano in sincronia.

Prima del chiarore del giorno è un'atmosfera irreale. Anche dove non cade la luce del lampione la bianchezza della neve è come se creasse luce essa stessa, cupa, ma non c'è il buio. E stamani era particolare. Solitamente si sente il silenzio come se la coltre soffice spegnesse ogni suono. Invece stamani, per una mezz'ora, si sono sentiti, come ovattati, i tuoni di un temporale e poi lampi improvvisi che creavano come un vuoto nella cortina di fiocchi che scendevano...
Come anticipato nel post precedente, cominciava ad essere problematico avere un solo cavallo. Certo, spesso le passeggiate erano con partenza dallo svizzero e affittavamo uno o due cavalli, ma non era possibile andare in compagnia nei boschi intorrno a casa.E allora abbiamo comprato Paso, un argentino pezzato. Nuove modifica alla stalla per ricavare due box, ampliamento del posto dove conservare il fieno, raddoppio del tempo dedicato alle cure degli animali, ma ora era possibile uscire o io con mio marito o la bimba con uno di noi.E nuovamente fortuna nella scelta.A quattordici anni un cavallo è nel pieno della vigoria, senza le insicurezze e l'impeto di un cavallo giovane. Per paragonarli all'uomo, un cavallo di sette,otto anni è un ventenne, di quattordici un quarantenne.
E poi i cavalli non sono tutti uguali. Hanno una loro personalità esattamente come noi.Paso è un cavallo possente, affidabile, senza paure, non elegante come Tusca,ma instancabile e altrettanto generoso, sia pure in modo diverso. Ricorrendo a Dumas, Tusca era paragonabile ad Aramis e Paso ad Athos.Il galoppo di Tusca esprimeva eleganza e fluidità, quello di Paso soprattutto forza e potenza.E questa differenza si riproneva anche nell'aspetto, nel rapportarsi al cibo:Lasciati al pascolo si vedeva dove aveva pascolato Paso e dove Tusca. Paso infatti era metodico, un tosaerba . Dove esprimeva invece fantasia e ingegno era in un'altra cosa, tanto che spesso ho pensato di cambiargli nome e chiamarlo Papillon. Aveva infatti un animo da evaso. Non so quante volte abbiamo cambiato il sistema di chiusura del cancelletto del box, ma è sempre riuscito , dopo 15, 20 giorni a trovare il modo di aprirlo, o con la forza oppure proprio con l'abilità.Comunque il mio cavallo e quello di Simona è rimasto Duca, Paso è stato sinchè c'è stato Tusca, il cavallo di mio marito.
Il primo è stato Tusca.Primo perché, pur se il nome potrebbe ingannare, era ,benché castrone, appartenente al genere maschile.Un acquisto estemporaneo, una domenica che eravamo andati a pranzo nell’agriturismo appena aperto di un amico ligure, nell’entroterra di Albisola. E Simona, allora di quattro anni, si è innamorata di quel cavallo bianco che pascolava non ferrato e che le prendeva il pane dalle mani.Avevamo accompagnato il nostro amico sino da un suo vicino cui doveva portare del fieno e Tusca era lì e avevamo parlato di prendere un cavallo e quello era in vendita a una cifra ragionevole, almeno secondo noi, e mia figlia , già raccoglitrice di cani e gatti era già decisa ad adottare un altro amico. E l’acquisto, incauto per un verso, azzeccato per un altro, fu stipulato con una stretta di mano.Incauto perché da inesperti abbiamo comprato un cavallo che il proprietario datava come undicenne, che da libretto sanitario in seguito ne dichiarava quattordici e che in realtà ne avrà avuto una ventina, pagandolo così tre volte il valore, che sarebbe stato quello del macello.Ma azzeccato proprio perché inesperti, un argentino che aveva scuola e che per l’età non era portato alle bizze.E comunque bello, vederlo galoppare richiamava quella vecchia pubblicità della Vidal in cui un cavallo bianco corre in riva al mare.Comunque convinta la piccola che non si poteva caricare in auto per portarlo subito a casa, e che bisognava prima preparargli la sua casetta, dopo una settimana di lavoro ad organizzargli la stalla e un recinto siamo andati a caricarlo con un camion. Una volta a casa la prima cosa studiare come sellarlo correttamente, poi provare. Mio marito non era molto convinto, ricordo che appena accennava il trotto saltava a terra, io no solo perché mi preoccupava il risalire. Una volta imparato non importa l’altezza propria e quella del cavallo, ma inizialmente il mio salire in sella era condizionato dal trovare un sasso o qualcosa che mi “alzasse”. E poi capire i comandi che sono al contrario dell’istintività.
La paura porta a stringere maggiormente le gambe e ad acquisire stabilità spostando il busto avanti verso il collo dell’animale e questi invece per lui sono segnali di maggiore velocità. Comunque l’arrivo di Tusca ci ha portato a frequentare il maneggio di uno svizzero qui vicino, diventato un nuovo giro di amicizie e in breve, visto che a me piaceva, che anche mio marito aveva abbandonata l’iniziale diffidenza e che Simona , con le staffe accorciate talmente da non uscire dalla sella sembrava non aver alcun problema, un cavallo non bastò più e arrivò Paso… Continua
Ho letto un post sulle persone intelligenti.Vi si parla di intelligenza e cultura,,ostentazione ed umilta.
Molti anni fa conobbi Norberto Bobbio.,per certi ambienti che frequentavo.Mi ritrovai una volta a parlare con lui del ruolo dell'intellettuale nella vita politica.Ero molto giovane e avevo un timore reverenziale e mi sentivo nel parlare quasi sotto esame ed esitavo a tirare fuori pensieri miei,più portata all'ascolto.Mi disse:potrei essere tuo nonno e stai facendo un grande errore.Sei intelligente e hai paura di esprimere la tua intelligenza.Non dire nulla tanto per dire qualcosa,ma se hai qualcosa nella tua testa esprimilo,difendilo e cambia idea solo se ritieni valido quello che ti viene contrapposto.L'intelligenza è come la bellezza,è un dono per se e per gli altri,non nascondere la bellezza sotto un saio e non nascondere l'intelligenza sotto la paura e la falsa umiltà. Nel post che ho letto,pur affermando il contrario,viene confusa la cultura con l'intelligenza.Ma llora cosa è la cultura e cosa l'intelligenza?Proprio Norberto Bobbio ha scritto " il compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi,non già di raccogliere certezze.Di certezze rivestite della fastosità del mito o edificate con la pietra del dogma sono piene le cronache della pseudocultura...cultura significa misuraponderatezza,circospezio ne,valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi,controllare tutte le testimonianze prima di decidere e mai a guisa di oracolo..."Cioè la cultura è ricerca continua,non proviene solo dai libri,è acquisizione ed elaborazione interiore e come non si possono celare i lineamenti del viso se non indossando una maschera,così fa parte del nostro relazionarci agli altri.Anche se spesso l'esporla provoca in chi non la possiede le stesse reazioni dellla persona brutta nei confronti della bellezza,un senso inconscio di inferiorità che si può esplicare in una gamma di reazioni,dall'adorazione al rifiuto al disprezzo.Anche intelligenza è un termine in certo qual modo interpretabile.Anzi anche scientificamente si parla di Q:I:,ossia di capacità e potenzialità intellettiva e di Q.E: ossia di intelligenza emotiva,che è la conoscenza delle proprie emozioni,la consapevolezza di esse,il riconoscerrle nel momento in cui si presentano e la capacità di analizzarle.Ed è quella che nel relazionarsi permette l'empatia, termine di cui molti abusano senza conosceerne il significato,poichè è diversa dalla sintonia,la sintonia essendo una vibrazione unisona,mentre l'empatia è la capacità di immedesimarsi in un'altra persona sino a coglierne i pensieri e gli stati d'animo,ossia sentire il mondo personale dell'altro "COME SE" fosse il proprio ma senza mai perdere però questa qualità del "COME SE".
Infine l'umiltà della cultura e dell'intelligenza...l'umiltà non è un atteggiamento verso gli altri,quella è la modestia in taluni casi,l'ipocrisia in altri,l'umiltà è uno stato interiore che è il sapere quanto sia lunga la via,che è continua ricerca,Gesù non era un umile come si intende nel post di cui parlavo,Gesù ha scacciato i mercanti dal tempio,non ha mai nascosto di essere il figlio di Dio,era consapevole di ciò che era e lo affermava...eppure chi taccia Gesù di arroganza? Gesù è un esempio limite,ma mostrare ciò che si è non è arroganza,sarebbe iposcrisia il non farlo.

P.S.L'auriga dell'immagine,cioè l'intelligenza,usa le redini (la mente) per controllare i cavalli (i sensi) perchè il passeggero (l'anima) possa usufruire di un viaggio sicuro (l'esperienza della vita).
mi è tornato in mente un episodio di quando,ahimè tanto tempo fa,frequentavo le elementari,grembiule bianco con fiocco rosa e trecce pronte a essere tirate.
Ricordo la maestra,allora difficilmente c'erano gli avvicendamenti odierni,una maestra o un maestro che aveva "preso" la prima, "portava" la classe sino alla quinta.La mia maestra era una vecchia signora,anzi "signorina"...saremmo state le ultime che avrebbe portato al fatidico esame...già ..state...classe interamente femminile. In quanto nubile,per non usare il termine zitella,rispondeva all'assioma di quei tempi di pia devozione.Avrebbe potuto rispondere a quello di acidità e severità,invece,era estremamente dolce e paziente,persino quando cercava di far entrare in testa i numeri a Franca.Questa mia compagna aveva sin dall'inizio rifiutata l'aritmetica come scelta inderogabile.La tavola pitagorica era un mistero quanto un geroglifico egiziano,le 4 operazioni qualcosa di alieno,i problemi domande esistenziali senza risposte.La maestra quando la chiamava alla lavagna,invece della sua solita postura eretta tra cattedra e lavagna,si sedeva con un sospiro e l'attesa delle ineluttabili non risposte.Ricordo una volta...la proprietà commutativa della moltiplicazione...
Scritto sulla lavagna nera col gesso bianco che produce quello stridio che fa arricciare la pelle ...7x8= e più sotto 8x7=
-Franca,vieni alla lavagna-
sguardo smarrito che lentamente si trasforma in vacuo,passo esitante verso quei segni così intelleggibili,il gesso tra le dita...premuto vicino all'= ....un punto,un accenno di tratto
-Allora Franca...7x8 ?-
..............................
-...cinquanta......
.............................
...56 Franca,allora se 7x8 fa 56,quanto fa 8x7?
............................
-riproviamo.....e qui avanti per venti minuti sino a un rassegnato...Vedi di studiare per domani..ora va a posto.Io non so le altre,ma io durante tutto quel tempo provavo come un senso di apnea, un cercare di sillabare il numero con labbra mute quasi a trasmetterlo telepaticamente
Campanella della ricreazione.Al mattino c'era una folla di grembiulini bianchi con fiocchi rosa e grembiulini neri con fiocchi blu in spinte disordinate a entrare nella caotica cartoleria vicino alla scuola,Quanna era la proprietaria,una distorsione di Juana,ma così l'aveva dichiarata il padre all'anagrafe,forse a ricordo di qualche donna in un porto lontano,chissà cosa avrà raccontato alla madre. E si compravano 5 lire di pomelletti, fasciati in un pezzetto di velina,infilati veloci in tasca prima di scappare in classe.
I pomeletti sono quelle piccole caramelle gommose di liquirizia morbida,a forma di semicono,che invece dove vivo ora si chiamano" buttun da preve" (bottoni da prete) e in altri luoghi chissà. Franca era rimasta seduta nel banco, con il faccino avvilito e che rifletteva una domanda inespressa commista a dubbio, continuando a guardare il 7x8 e l'8x7 ancora sulla lavagna.Le andai vicino e misi 6 pomeletti sul banco.
-Senti Franca,quanti sono?-
-sei- non è che non sapesse contare le caramelle.
-Anna senti,puoi venire? Ecco ora io ho 3 pomeletti e 3 li ha Anna.Quanti sono?-
-sei-
-allora vuol dire che 3x2 fa 6...ora ne do 2 a te 2 ad Anna e 2 a me.Quanti sono?-
-sei....-
-allora vedi 2x3 fa 6 e 3 x 2 fa 6..non cambia-
-Allora se 2x3 fa 6 quanto fa 3x2?
-ma insomma,non lo capisci che io la matematica non la capisco?-batte il pugno rabbioso sul banco e poi -insomma va al diavolo-
-No non è vero che non la capisci,hai deciso di non capirla...però hai ragione...3x2 è diverso da 2x3-
-ma se hai detto....
-cosa?-
-no niente...
-bene,è molto meglio 3x2 sai?...3 a me e 3 ad Anna...tu si che capisci la matematica!
MORALE.:non si può parlare a chi innalza un muro all'ascolto.

E' indubbiamente facile mentire, soprattutto è facile mentire a se stessi. Affrontare il proprio io interiore richiede fatica, richiede studio, spesso richiede dolore e sensazioni negative. La sincerità è come un esame, o si analizza la materia, la si fa propria, la si comprende oppure ci si affida al cosidetto culo, che nello specifico del mentire è unire la sincerità all'istintività, o meglio nell'ostentarle, ma ogni qualvolta qualcuno mi parla della propria sincerità e della propria istintività, mi sovviene quel tipo di indovinelli dove ci sono tot persone, alcune dicono sempre la verità, altre mentono sempre.Qual'è la soluzione se uno dice questa è la porta dell'inferno e l'altro questa è la porta del paradiso ed ambedue dicono io dico sempre la verità ?.Ovviamente sincerità ed istintività non possono che andare di pari passo con la sensitività e se per caso tu misero essere che usa la razionalità, che tiene in allenamento le sinapsi chiedendosi il perchè delle cose, cercando di vedere cosa c'è dietro , chiedi lumi, ti viene invariabilmente risposto...se non lo capisci da solo non te lo posso spiegare.Io sento.Tu ragioni troppo. Ebbene,io misero essere sono fatta di un corpo di uno spirito e di una mente e non devo e non posso rinnegare nessuna delle tre cose.Devo ascoltarmi e non posso ascolre solo una parte .Sarebbe come tagliarsi una gamba e pretendere di correre i 100 metri in 9.74. Posso come Zanardi trovare un mezzo alternativo per correre la maratona di New York ma non posso illudermi siano le mie gambe a portarmi al traguardo.Io corro e ascolto il mio corpo e ascolto la mia mente e ascolto la mia emozione e non posso farlo senza uno o senza l'altra. p.s. questo è specificatamente per chi non sa che l'arcobaleno è un fenomeno di rifrazione della luce. E' bello ed emoziona, è un attimofuggente, ma ha una spiegazione razionale e non si può ignorare. 
L'uomo nel corso della sua vita si trova davanti ad un bivio: una via porta alla chiarezza e alla conoscenza attraverso una disciplina interiore; l'altra alla ripetizione di atti inconsapevoli, a cui con il tempo non possiamo più sfuggire e che finisce per travolgerci.
L'inconscio dell'uomo è infatti colmo di esperienze passate tanto fisiche quanto emotive e mentali ed è condizionato da queste,che si sedimentano
Nell'ignoranza, ogni attività incrementa il potenziale di questo deposito sedimentario che diventa sempre più minaccioso e determina il nostro agire.
Ciascuna azione lascia nel nostro inconscio un segno indelebile come la pioggia quando, scorrendo sul terreno, forma dei rivoli; quando pioverà ancora, l'acqua scorrerà in quegli stessi solchi e troverà una resistenza inferiore. E il solco si farà più profondo.
Seneca affermava: «Volentes ducunt fata, nolentes trahunt», nel senso che si può arrivare alla comprensione e divenire in tal modo conduttori della nostra vita oppure essere travolti e distrutti dal nostro agire inconsapevole.
Ogni gesto compiuto o subito provoca in noi una «sensazione-reazione» che si deposita nel subconscio. Se non la fermiamo e non la osserviamo, scenderà nell'inconscio,cioè in una zona che è fuori dal nostro controllo, pronta quindi a riemergere all'improvviso in un futuro più o meno lontano; l'istinto infatti non è altro che un'abitudine mai conosciuta, che si è stabilita nel nostro inconscio e che torna a palesarsi ad ogni occasione, e che accettiamo come parte di noi.
Anche gli animali hanno istinti, ma la loro mente non è in grado di distinguere cosa sia giusto o meno. L'uomo lo può fare. E' nel subconscio, cioè nel momento in cui possiamo avvertire le reazioni che l'esperienza provoca, che dobbiamo fermare e conoscere la nostra mente, ponendoci quelle domande che ci portano alla chiarezza («Perché ho avuto questa reazione? Come posso modificarla?» ecc.).
N
ella prossima vita
sarò uccello ,
signore dei cieli,
per scoprire il tuo corpo
dall’alto
e scendere sopra di te,
leggera,
a sfiorarti con piume di luce.
Nella prossima vita
sarò vento,
eterno pellegrino
di deserti e pianure;
potrò così dolcemente
lambire
ogni parte nascosta
del tuo corpo.
Nella prossima vita
sarò mare
dagli anfratti umidi,
colmi
di sapienti misteri,
per tenerti con me,
e scivolarti sul corpo,
con onde di labbra salate.
Nella prossima vita
avrò il potere del fuoco:
con mille lingue
di fiamma
solcherò la tua pelle;
il tuo corpo arderà,lentamente
sopra un rosso,
letto di cenere.
....e in questa.....sono io.....

E dopo un pò impari la sottile differenza
tra tenere una mano e incatenare un'anima.
E impari che l'amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.
E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bimbo.
Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perchè il terreno di domani è troppo incerto
per fare piani.
Dopo un pò impari che il sole scotta,
se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
Però talvolta ti senti un bersaglio....
Ed ancora mi trovo a mediare. Mediazione deriva dal latino "mediare" che significa "aprire nel mezzo, mantenersi in una via intermedia":Ma non è facile e mi chiedo quanto alla fine si paghi in termini di autenticità personale edi individualità e di indipendenza. Quanto si riesca ad essere centrati in se stessi senza diventare il campo di battaglia dell'empatizzazione delle parti in conflitto che lacerandoti ti strappano e distruggono le tue emozioni, le tue sensazioni . E se medi devi cercare un ulteriore equilibrio in te stesso, per non essere annullato. Nello stesso tempo devi rinunciare a te stesso. E devi distaccarti. E non è facile il distacco quando non sei estraneo, quando la tua emotività è coinvolta. L'unica scelta possibile è quella di andarsene, ma è la scelta giusta? E' piu facile andarsene o è piu difficile, è piu autentico farlo o non farlo?
Stamani mi sono ritrovata a pronunciare una frase che una volta detta mi ha provocato un "oddio!" Accuditi gli animali sono andata a comprare il pane e poi come di abitudine, al bar a far colazione. E’ un’abitudine che ho mantenuta da altri luoghi, anche se qui significa andarci in auto, a cinque chilometri dal paese.Anche se inizialmente provocava qualche commento.Ma peraltro commenti e chiacchere l le provocavano parecchie cose.In un piccolo paese di langa è ancora vivo un certo tipo di mentalità contadina, in cui ci si cambia per poi ricambiarsi dopo dieci minuti per i cento metri dell’andare in negozio, in cui la casa è sempre perfettamente in ordine perché potrebbe venire qualcuno o se per caso stessi male, in cui quello è un lavoro da uomo e quell’altro da donna, in cui una moglie non assume iniziative…classica la frase…devo chiederlo a…
Dopo dieci anni credo di essere diventata una figura femminile spersonalizzata…certo la battuta salace c’è sempre, ma piu’ che altro in tono cameratesco, ed è facile che al bar , avendo preso atto che ho una buona conoscenza meccanica per dei miei trascorsi, mi venga chiesto consiglio o consulenza sul decespugliatore che non prende i giri o sulla disponibilità a cambiare un cuscinetto della macchina per raccogliere nocciole.Tutto sommato mi rendo conto che si sono piu adattati gli altri a me che io agli altri.Ed una delle cose che mi ha sempre infastidito è sempre stata la lamentosità, il non dichiararsi mai soddisfatti. Eppure anche economicamente la campagna rende. Io non ne ho molta, ma solo le nocciole mi rendono piu che se facessi l’impiegata e calcolando il tempo dedicato in un anno non supera i quattro mesi. Se sono maggiormente impegnata è perché c’è del lavoro che potrei anche evitare,potrei dedicare meno spazio ai fiori, potrei non tenere i cavalli che co per altri pongono l’interrogativo ma cosa rendono, potrei chiamare un muratore un idraulico un elettricista quando ci sono da fare per cui altri li chiamano.
Ma volevo parlare del modo di accettare le condizioni atmosferiche…se piove non va bene, se non piove lo stesso, se fa caldo non va bene se fa freddo egualmenet. E stamani ritrovarmi a dire…certo che sarebbe ora sarebbe ora smettesse di piovere mi ha in certo qual modo messo in crisi…ecco sto entrando nel meccanismo.Magari smetto di godere di quello che arriva, divento incapace di coglierne la bellezza.
Poi ho ricordato ieri sera e mi è passato. Mentre stiravo in una delle due stanze che ho ricavato sotto nell’ex stalla ho sentito del rumore dai cavalli e sono andata a vedere. E tornando verso casa sono scivolata sul terreno sdrucciolevole, mi sono imbrattata di fango, gli abiti bagnati appiccicati alla pelle, le scarpe che facevano ciac ciac.Non volevo entrare in casa così gocciolante e ho iniziato a spogliarmi appena passato il cancello e la pioggia si è intensificata, scrosciante e sono rimasta a lasciarmi lavare, sferzante sul volto sul corpom sulla pelle nudai piedi che sentivano nudi l’erba del giardino. Finchè saprò godere totalmente di queste sensazioni, sinchè saprò findermi con la pioggia o col sole sarò viva.
Qualcuno mi ha scritto : "c'è molta consapevolezza personale di una solitudine diffusa nelle tue parole..."
E’ difficile rispondere,senza dare un significato alla parola solitudine, senza identificarne le sfumature,
Ognuno di noi ha un modo proprio di rappresentarsela, di viverla e perché no, d’immaginarsela. Esiste dunque una solitudine diversa per ognuno di noi?.
"Dagli uomini", disse il Piccolo Principe, "coltivano cinquemila rose nello stesso giardino... e non trovano quello che cercano" "E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua"... "Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore " .
Partendo dall’uomo, ritengo che queste parole esprimano la condizione umana d’oggi; proteso nel ricercare all’esterno i significati delle cose, non si rende conto che s’allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
Etimologicamente il termine solitudine rimanda alla parola "separare" composta da "se" e "parare". La prima indica "divisone", la seconda "parto". Il termine solitudine rimanda alla separazione del nascituro dalla madre con la conseguente perdita di uno stato particolare
L’ovulo, al momento della fecondazione, è solo. Assunto il patrimonio genetico del partner, le reazioni fisico-chimiche dell’organismo separano l’ovulo dagli altri spermatozoi e lo isolano definitivamente dalla popolazione cellulare materna. È un organismo estraneo che conserva l’eco della madre e del padre. La fecondazione stessa è fautrice di separazione. A partire dalla quattordicesima settimana, l’embrione, che si chiamerà feto, è sperduto nell’oceano del ventre materno, è solo.
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Socialmente, poi, la solitudine la riconosciamo con chiarezza.
Pensiamo ai milioni di bambini abbandonati nel mondo, agli anziani.
Quante famiglie, sempre più estranei gli uni agli altri, vivono isolate nell’orrore della televisione?
Quanti ragazzi sono soli, nella prigione dorata di una play station o di un mp3?
.Dio stesso, essendo uno, è solo.
E la solitudine, è cosìspesso ricettacolo di valenze negative. È una condizione spiacevole, a volte spaventevole, che spesso diventa un nemico da fuggire a qualsiasi costo.. .nonostante offra all’uomo innumerevoli opportunità per maturare e divenire un soggetto autonomo,
Le reazioni sono le più disparate e a volte le più paradossali. L’uomo contrappone alla solitudine un mondo costellato da relazioni, disseminato di immagini ed affastellato da azioni. Ma la solitudine non è solo disperazione è speranza e forza, conquistata nel riconoscimento di una propria individualità. Esiste dunque una felicità nella solitudine, che la rende uno strumento che permette sia di realizzare un vero incontro, con il proprio sé, sia di far germogliare le emozioni che proviamo, leggiamo, sentiamo, compiamo ed inventiamo, sia di ridare valore al silenzio, come atto preparatorio al comunicare con gli altri..
Si parla molto del desiderio e della paura della solitudine, poco della capacità d’essere soli., dientrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare atteggiamentoSi quindi sono consapevole di una solitudine, poiché per me la solitudine è ricerca, non dolore, non mancanza, non abbandono.